
Mio Dio, Mio Dio, perché mi hai abbandonato? Parole che risuonano attraverso i secoli, un'eco di dolore che penetra il cuore umano. Non sono solo le parole pronunciate in un momento di agonia, ma una porta dischiusa verso la profondità dell'esperienza spirituale.
In questa invocazione, troviamo il paradosso della fede. Un grido di abbandono che, paradossalmente, ci avvicina alla presenza divina. È nel riconoscere la nostra vulnerabilità, la nostra finitudine, che possiamo realmente percepire l'immensità e la potenza di Dio. Non è un'espressione di mancanza di fede, ma una resa totale, un'offerta del nostro essere più fragile al Creatore.
Mio Dio... Quante volte abbiamo pronunciato queste parole con leggerezza, senza comprenderne appieno il peso? Ma quando il cuore è spezzato, quando le ombre si allungano e la speranza sembra svanire, allora, quelle stesse parole si caricano di un significato nuovo, profondo, viscerale. Diventano un ponte, un filo sottile che ci lega ancora alla fonte della vita.
Attraverso questa preghiera, impariamo l'umiltà. Riconosciamo che non siamo autosufficienti, che abbiamo bisogno di qualcosa di più grande, di una forza che ci sostenga nei momenti di prova. Abbracciamo la nostra limitatezza, consapevoli che solo allora possiamo essere riempiti dalla grazia divina. L'umiltà non è debolezza, ma forza interiore, la capacità di accogliere la volontà di Dio, anche quando non la comprendiamo.
La Gratitudine nel Dolore
Come possiamo trovare gratitudine in un momento di abbandono? È una domanda difficile, che richiede una profonda riflessione. Forse, la gratitudine risiede nella consapevolezza che anche il dolore ha un senso, che ogni esperienza, anche la più dolorosa, può essere trasmutata in qualcosa di positivo, in una lezione da imparare, in una crescita spirituale. La gratitudine, quindi, non è l'assenza di dolore, ma la capacità di vedere la mano di Dio anche nelle tenebre.

Ricordiamoci sempre dei doni che ci sono stati elargiti: la bellezza del creato, l'amore dei nostri cari, la gioia dei piccoli gesti quotidiani. Anche quando il cuore è afflitto, possiamo trovare motivi per ringraziare, per riconoscere la presenza di Dio nella nostra vita. La gratitudine è un balsamo per l'anima, un antidoto contro la disperazione.
Compassione e Condivisione
L'eco del grido di abbandono ci chiama anche alla compassione. Ci invita a non rimanere indifferenti di fronte al dolore degli altri, a tendere la mano a chi si sente solo e smarrito. Perché chi ha sperimentato l'abbandono sa quanto sia importante una parola di conforto, un gesto di solidarietà, un segno di speranza.

La compassione è l'espressione concreta del nostro amore per Dio. È nel prenderci cura del prossimo, nel lenire le sue sofferenze, che dimostriamo di aver compreso il messaggio del Vangelo. Non possiamo amare Dio se non amiamo i nostri fratelli e sorelle, soprattutto quelli che soffrono. La compassione è un dovere, ma anche un privilegio, un'opportunità per vivere la nostra fede in modo autentico.
Il grido di Gesù sulla croce, "Mio Dio, Mio Dio, perché mi hai abbandonato?", non è un grido di disperazione, ma un atto di amore supremo. Un amore che si dona completamente, che si sacrifica per la salvezza dell'umanità. In quel momento di abbandono, Gesù ha abbracciato il dolore del mondo, lo ha portato sulle sue spalle, lo ha trasformato in redenzione.

Quindi, quando ci sentiamo abbandonati, quando la fede vacilla, ricordiamoci di quelle parole. Ricordiamoci che non siamo soli, che Dio è sempre presente, anche quando ci sembra lontano. Affidiamoci a Lui con fiducia, con umiltà, con gratitudine. E apriamo il nostro cuore alla compassione, pronti a condividere il nostro amore con chi ne ha bisogno.
Che la luce divina illumini il nostro cammino, guidandoci verso la pace interiore e la gioia eterna. Che la nostra vita sia un inno di lode a Dio, un'espressione di amore per il prossimo. Amen.
"Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito."