
Avete presente quella sensazione che ti prende quando ti capita di sentire una canzone che non ascoltavate da una vita? Tipo, quella che era la colonna sonora di un periodo specifico, magari uno di quelli un po' turbolenti, un po' da teenager strafottente o da ventenne confuso? Ecco, per me, e credo per tantissimi altri, quella canzone è diventata, inevitabilmente, "Somebody That I Used to Know".
Ma non quella originale, eh. Quella, per carità, è un capolavoro, una specie di urlo esistenziale accompagnato da un flauto un po' malinconico. No, sto parlando delle cover. Di quella versione che ti ritrovi sparata a tutto volume in radio mentre sei bloccato nel traffico, con la pioggia che ti batte sul parabrezza e hai appena ricevuto un messaggio dal tuo capo che ti ricorda che devi fare quella cosa entro le 17, anche se sono le 16:58. Un classico.
Ed è lì, in quel preciso istante, che ti senti come se qualcuno ti avesse appena puntato un riflettore addosso, gridando: "Ehi tu! Sì, proprio tu che stai bestemmiando piano mentre cambi corsia!". E il pensiero va subito a quel "Somebody That I Used to Know"… o meglio, alla sua versione "allegra".
Quel Remix Che Ti Stravolge La Giornata
Pensateci. La versione di Gotye è come quella vecchia foto dove sei vestito in modo imbarazzante, con un taglio di capelli che manco ti ricordavi di aver avuto, e la guardi con un misto di tenerezza e voglia di nasconderla per sempre. Ma poi arriva il remix. E il remix è come quella zia che, vedendoti imbarazzato con la foto in mano, ti dice: "Ma dai, eravamo giovani!". E ti strappa la foto di dosso, la mette su un collage con adesivi di farfalle e glitter, e la attacca al frigorifero a vista di tutti.
E la cosa più assurda è che, nonostante tu sappia che quella versione è tipo l'equivalente musicale di un ubriaco che balla la macarena a una comunione, ti ritrovi a canticchiarla. Sì, lo ammetto. A volte, quando nessuno mi sente (o almeno, così credo), mi parte quel "you can get addicted to a certain kind of sadness" in versione cassa dritta e basso pulsante. Mi sento un po' un traditore della canzone originale, ma allo stesso tempo, mi sento anche parte di qualcosa di più grande. Tipo, la grande famiglia dei "gente che ora capisce perché quella canzone è così ossessiva".
Ricordo una volta, ero in macchina con degli amici. Avevamo appena finito una cena che definire "impegnativa" sarebbe un eufemismo. Piena di quelle conversazioni dove ognuno cerca di dimostrare quanto è più intelligente, colto e vegano degli altri. Ci siamo ritrovati in macchina, e nell'aria c'era quella tensione post-cena che ti fa desiderare solo un bel sonno ristoratore o, in alternativa, una canzone che ti faccia dimenticare tutto.

E indovinate un po'? Qualcuno, probabilmente con un'ottima strategia di evasione mentale, ha messo su "Somebody That I Used to Know". Ma non quella tranquilla, eh. Era una di quelle versioni che ti fanno pensare che il cantante abbia bevuto sette caffè prima di registrare e stia cercando di venderti un corso di auto-aiuto nel giro di tre minuti.
All'inizio, tutti siamo rimasti un po' spiazzati. Eravamo lì, pronti a lamentarci, a dire: "Ma che cavolo è questa?". Ma poi, è successo. Lentamente, quasi impercettibilmente, le teste hanno iniziato a muoversi a tempo. Poi qualcuno ha iniziato a battere le mani sul cruscotto. E alla fine, eravamo tutti lì, a cantare a squarciagola quella melodia che fino a cinque minuti prima ci sembrava una bestemmia musicale. Era un'esperienza quasi catartica. Come se la canzone, nella sua versione "esagerata", ci avesse liberato da tutto il peso delle conversazioni inutili e delle tensioni della serata.
Il Mistero Della Ripetitività Efficace
Ma cosa rende queste versioni, diciamocelo, a volte un po' pacchiane, così irresistibili? È un po' come quella pubblicità che vedi mille volte in televisione, quella che all'inizio ti infastidisce, ma poi, senza che tu te ne accorga, ti ritrovi a canticchiarne lo slogan. Oppure, pensate a quando vi fissate su un certo tipo di cibo per una settimana intera. Magari la pasta al pesto. La prima volta è una delizia. La seconda è buona. La terza senti che qualcosa si sta trasformando. E alla settima, probabilmente, ti stai guardando allo specchio chiedendoti perché sei arrivato a questo punto. E ancora, ordini la pasta al pesto.

Ecco, "Somebody That I Used to Know" in versione remix è un po' così. La ripetitività, il ritmo incalzante, quel basso che ti entra nelle ossa. È come un mantra moderno. Un mantra che ti fa dimenticare il tuo nome, la tua data di nascita e, soprattutto, il motivo per cui eri arrabbiato con quella persona che, appunto, "used to know".
E poi, diciamocelo, c'è un certo fascino nell'idea che una canzone, nata da un’esperienza magari dolorosa o malinconica, venga completamente stravolta e trasformata in qualcosa di ballabile, di quasi festoso. È come vedere un cane bastonato che improvvisamente si mette a fare il breakdance. Non te lo aspetti, ma succede, e in qualche modo, funziona.
È la magia del pop, suppongo. La capacità di prendere un sentimento, una storia, e trasformarla in qualcosa che possa piacere a un numero indefinito di persone, anche se questo significa appiccicarci sopra un beat da discoteca e un po' di effetti sonori che sembrano usciti da un videogioco degli anni '90.
Ricordo una volta, ero a una festa di compleanno. Non una di quelle eleganti, con i camerieri che ti portano i tartine. Una di quelle dove c'è il buffet di patatine, la musica sparata e gente che balla rischiando di rompere mobili antichi. Era circa mezzanotte, l'atmosfera era già altissima. E poi, qualcuno ha messo su quella versione di "Somebody That I Used to Know".

La reazione è stata immediata. La gente ha iniziato a urlare di gioia, come se fosse appena uscita la notizia che i panini al prosciutto sono diventati gratuiti per sempre. Tutti si sono messi a ballare. Ho visto gente che fino a quel momento era stata seduta in un angolo a commentare negativamente le scelte musicali degli altri, trasformarsi in vere e proprie rockstar improvvisate. Era un delirio. E io, che di solito sono uno che critica queste cose, mi sono ritrovato a fare mosse che nemmeno il mio corpo sapeva di poter fare.
Era un momento di pura, incontrollata gioia. Non c'era spazio per la riflessione, per il giudizio. C'era solo la musica, il ritmo e la sensazione di essere tutti lì, uniti da questa canzone che, in fondo, parla di distacco, ma che in quel momento ci stava avvicinando.
Quando Il Passato Torna A Farsi Sentire... A Tutto Volume
E questo è il bello, no? Che il passato, anche quello che pensavamo di aver dimenticato, torna sempre a galla. Magari non nella sua forma originale, ma trasformato, arricchito (o, a volte, semplicemente appesantito) da nuove interpretazioni. È come quando pensi di aver chiuso con una certa abitudine, tipo quella di mangiare il gelato prima di dormire. E poi, un giorno, ti ritrovi davanti al freezer, con il cucchiaino in mano, e dici: "Solo un piccolo assaggio".

"Somebody That I Used to Know", in tutte le sue incarnazioni, è quel piccolo assaggio. È quella sensazione che ti dice che, nonostante tutto, certi pezzi della tua vita rimangono lì, pronti a riaffiorare quando meno te l'aspetti. E spesso, lo fanno con un beat che ti fa muovere il bacino senza neanche chiederti il permesso.
È un po' come quando incontri qualcuno che non vedi da anni. Magari era un amico stretto, un amore fugace, o semplicemente quella persona che condivideva con te il posto di lavoro più noioso del mondo. E lo incontri per strada, e per un attimo non lo riconosci. Ti sembra un estraneo. E poi, all'improvviso, ti ricordi tutto. I pomeriggi passati a parlare, le risate, le litigate. E ti rendi conto che, nonostante tutto, quella persona fa ancora parte di te. È qualcuno che "used to know", ma che in qualche modo, ti ha lasciato un segno.
E la musica, in questo senso, è incredibile. Ha questa capacità di evocare ricordi, emozioni, sensazioni, a volte in modo così potente che ti sembra di rivivere il passato. E "Somebody That I Used to Know", in particolare, ha questa doppia personalità. Quella malinconica e quella iperattiva. E a volte, sono proprio quelle versioni "iperattive" che ci ricordano più di tutte che, anche nelle cose più tristi, può esserci uno spazio per un po' di leggerezza, per un po' di ritmo che ti fa dimenticare, almeno per un po', che quella persona "used to know".
Quindi, la prossima volta che sentite una versione di "Somebody That I Used to Know" che vi fa venire voglia di mettervi a ballare anche se siete in coda alla posta, non vergognatevi. Sorridete. Perché è un segnale che siete vivi, che avete vissuto, e che anche nelle canzoni più inaspettate, si nasconde un pezzetto della vostra storia. E diciamocelo, chi non ama sentirsi dire che è un po' come quella canzone che ci ha fatto cantare a squarciagola in macchina, bloccati nel traffico, con il mondo che sembrava un po' meno grigio? È un po' come essere salutati da un vecchio amico, ma con un beat che ti fa dimenticare che quel vecchio amico, forse, ti ha anche lasciato un po' così. Un po' solo. Ma con la voglia di continuare a ballare.