
Ricordo ancora quel tempo. Quando ero un ragazzino. Tutti mi prendevano in giro. Per le dimensioni. Sì, esatto. Le mie dimensioni. Non quelle che pensate! Parlo di altezza. Ero un piccoletto. Un vero e proprio nano da giardino. Ahahah!
Era un’epoca spensierata. Piena di risate. A volte un po' troppo. Ma sapete? C'era del fascino anche in questo. Un certo non so che. Un'aura. O forse era solo la mia fantasia che volava alto. Più alto di quanto fossi io.
I miei compagni di classe. Che spasso! Mi chiamavano di tutto. “Gnomo”. “Pulce”. “Cappuccetto Rosso” (perché ero sempre in fondo al gruppo, immagino). Ogni giorno una nuova invenzione. Una nuova battuta. Che mi facevano sentire ancora più piccolo. Ma anche parte di qualcosa.
Ero il bersaglio predestinato. Le partite di calcio? Io sempre in porta. O a fare il terzino basso. Dovevo recuperare terreno. Correndo come un matto. A volte riuscivo a fare delle belle parate. Grazie alla mia agilità. Ero veloce! Molto veloce.
Le corse sui go-kart? Ero quello con il sedile imbottito. Per non sentirmi perso. Per sentire di avere un po’ di controllo. Mi davano un casco gigante. Sembrava una pentola. La gente rideva. Io anche. Cosa potevo fare?
Ma c'erano anche dei vantaggi. Oh sì! Non sottovalutateli mai. Essere piccoli ha i suoi segreti. I suoi trucchi. Le sue scorciatoie. Per esempio, potevo infilarmi ovunque. In posti dove gli altri non arrivavano. Dietro i mobili. Sotto il letto. E spiare. Ahahah! Scherzo! (Forse).
I miei amici mi usavano come scusa. “Non lo vediamo. È troppo piccolo”. Mi nascondevano. Mi facevano sentire invisibile. Un’arma segreta. Per rubare i biscotti. O per fare scherzi. Ero il loro complice perfetto. Di basso profilo.
E le gite scolastiche? Ero sempre quello con lo zaino più piccolo. Ma pieno di cose inutili. Merendine doppie. Giochi di carte. Un fischietto. Per attirare l'attenzione. Quando mi perdevano di vista.
A volte mi sentivo un po’ invisibile. O trasparente. Come se il mondo mi scorresse intorno. Senza notarmi troppo. Ma poi, un lampo. Una battuta. Una risata. E c’ero. Di nuovo. Al centro dell’attenzione. A modo mio.
C’erano anche delle piccole umiliazioni. Ammettiamolo. Le magliette che mi stavano come abiti da clown. I pantaloni che dovevo arrotolare. Le coperte troppo lunghe a letto. Che mi facevano inciampare. Ma erano momenti. Passavano.
E i complimenti? Beh, erano diversi. “Sei così carino!”. “Che bel faccino!”. Non “Sei forte!” o “Sei imponente!”. No, ero carino. E basta. Come un cagnolino. O un peluche. Ma anche quello aveva il suo fascino, no?
Ricordo una volta. Alla festa di compleanno di un amico. C’era una torta enorme. Con tante candeline. Io ero l’unico che riusciva a spegnerle tutte. In un solo fiato. Tutti mi guardarono stupiti. “Come hai fatto?”. “Segreto da piccolo!” dissi io. Sorridendo.

E la prospettiva. La mia prospettiva era unica. Vedevo il mondo dal basso. Le gambe dei passanti. I gradini delle scale come montagne. Ogni oggetto sembrava più grande. Più imponente. Un mondo di giganti. E io il loro piccolo esploratore.
Le macchine? Enormi. I cani? Spaventosi. I mobili? Ostacoli insormontabili. Dovevo pianificare ogni movimento. Essere strategico. Come un piccolo generale. Che studia ogni battaglia.
E quando qualcuno mi chiedeva: “Quanto sei alto?”. Io mi sentivo sempre un po' in imbarazzo. Non avevo una risposta che mi facesse sentire… normale. Ma poi ho imparato a scherzare. A trasformare la domanda in un gioco.
Mi piaceva pensare che fossi un alieno. Un extraterrestre. Sbarcato sulla Terra per studiare gli umani. E le mie dimensioni erano una forma di mimetismo. Per non farmi scoprire. Un piano geniale. Di un piccolo essere superiore. Ahahah!
Oppure ero un elfo. Un folletto. Con poteri magici nascosti. Che si manifestavano solo in certe situazioni. Come quando dovevo recuperare un giocattolo caduto sotto il divano. O quando dovevo sentire i segreti che gli adulti pensavano fossero al sicuro.

Ma la cosa più divertente era vedere la reazione delle persone. Quando ero al parco giochi. E mi divertivo come un matto. Correndo. Saltando. Arrampicandomi. Mi guardavano con stupore. “Ma guarda quello! È piccolo, ma ha un’energia da vendere!”.
Era come se la mia piccola statura fosse un limite. E io lo stavo superando. A ogni passo. A ogni sorriso. A ogni risata. Stavo dimostrando che le dimensioni non contano. O almeno, non sempre.
C’era anche un lato un po’ dolente. A volte, negli sport di squadra, mi sentivo escluso. Non venivo scelto per primo. Venivo messo ai margini. Ma ho imparato a fare il mio. A dare il massimo. A sorprendere.
E poi, quando sono cresciuto. Piano piano. Un po’ alla volta. Quel piccolo ragazzino è diventato… un po’ meno piccolo. Ma il ricordo è rimasto. Vivo. Intenso.
Quelle prese in giro? Sono diventate delle storie. Delle barzellette che racconto. Con un sorriso. Senza rancore. Anzi, con un po’ di nostalgia.

Perché in fondo, essere piccolo mi ha insegnato tanto. Mi ha reso resiliente. Mi ha insegnato a vedere le cose da un’altra prospettiva. A non prendermi troppo sul serio. E a godermi ogni singolo momento.
E poi, diciamocelo. Chi non vorrebbe essere un po’ più piccolo, a volte? Per infilarsi in certe situazioni. O per farsi piccoli, quando si è in imbarazzo. Ahahah!
Le dimensioni. Un tema così universale. Così personale. Così divertente da esplorare. Attraverso i ricordi. Attraverso le risate. Attraverso le piccole grandi avventure di un bambino.
E oggi? Se qualcuno mi prendesse in giro per le mie dimensioni… beh, gli farei un bel sorriso. E gli racconterei la mia storia. La storia del ragazzino che tutti scherzavano. Ma che ha sempre volato alto. Dentro di sé.
Perché alla fine, quello che conta davvero sono le dimensioni del nostro cuore. E quelle, credetemi, io le ho sempre avute enormi. Anche quando ero piccolissimo.