
Allora, ragazzi e ragazze, ci siamo mai fermati a pensare a certe cose che diamo per scontate? Tipo, certi nomi di cose che usiamo tutti i giorni, o magari… ehm… situazioni… che hanno delle storie dietro che potrebbero farci dire: “Ma dai, sul serio?”
Oggi voglio chiacchierare con voi di una di queste cose. Una di quelle che magari vi fa alzare un sopracciglio, tipo: “Ma perché si chiama proprio così?” Sto parlando della famosa posizione del missionario. Sì, proprio quella.
So già cosa state pensando: “Ma che roba è? E perché proprio missionario?” Beh, è una domanda che si sono fatti in tanti, e la risposta, come spesso accade nelle cose interessanti, non è così banale come potrebbe sembrare. Anzi, è un po’ un mistero affascinante, un po’ una specie di leggenda metropolitana della nostra intimità.
Pensiamoci un attimo. Il nome missionario evoca subito immagini di terre lontane, di persone che portano un messaggio, di culture diverse che si incontrano. Come può una posizione… diciamo… intima… essere legata a tutto questo?
Ecco, la prima cosa da chiarire è che, anche se sembra una cosa ovvia, il nome posizione del missionario non è nato perché i missionari lo praticavano più di altri, o perché lo insegnassero come una dottrina di amore universale. Non proprio. L'idea è un po’ più… indiretta.
La teoria più diffusa, quella che piace di più ai curiosi come noi, la collega a un certo antropologo, uno studioso che si chiamava Bronisław Malinowski. Avete presente quegli esploratori e studiosi che andavano in giro per il mondo a fine Ottocento, inizio Novecento, a studiare culture “esotiche” e a scrivere libri pieni di dettagli incredibili? Ecco, lui era uno di quelli.
Malinowski ha passato un bel po’ di tempo tra le isole Trobriand, in Melanesia, e ha osservato tantissimo della vita delle persone lì. In particolare, ha notato che una delle posizioni che le coppie usavano durante i loro incontri intimi era quella che noi oggi chiamiamo del missionario.

Ora, perché l’ha chiamata così? Perché, secondo il suo resoconto, i missionari che arrivavano in quelle isole per cercare di convertire le popolazioni locali non sembravano… apprezzare… o magari semplicemente capire quella posizione. O, peggio ancora, la trovavano sconveniente, forse perché era considerata più… alla pari… tra i partner, rispetto ad altre posizioni che magari assocavano a una maggiore gerarchia.
E quindi, questo antropologo, per descrivere quella posizione specifica e distinguerla dalle altre, ha iniziato a usare il termine “missionary position”. Un po’ come dire: “Questa è la posizione che i missionari sembravano guardare storto”, o “questa è la posizione che i missionari trovavano diversa dal loro modo di fare”.
Ma è qui che le cose si fanno davvero interessanti, no? Immaginate la scena: un missionario vestito di tutto punto, magari con un cappello enorme per proteggersi dal sole, che osserva le pratiche intime di una cultura lontana. E magari pensa: “Ma che fanno questi? Non è così che si fa!”
È un po’ come quando si va in un paese straniero e si vedono abitudini diverse dalle proprie. Ci si stupisce, si giudica, si cerca di capire. E a volte, per dare un nome a qualcosa di nuovo, si usa un riferimento che ci è familiare, anche se magari quel riferimento non è del tutto accurato.
Pensateci, è un po’ come se domani qualcuno scoprisse una nuova specie di fungo e la chiamasse “fungo del postino”, solo perché il postino l’ha trovato per primo nel suo giro e non sapeva cos’era. Non significa che il postino sia un esperto di funghi, solo che è stato il suo punto di riferimento per quella scoperta.
Quindi, il nome posizione del missionario non è un inno alla devozione, né un’indicazione su come i missionari amavano fare l’amore (anzi, spesso era il contrario!). È più che altro un’etichetta che è rimasta attaccata a quella posizione, un po’ per caso, un po’ per effetto di quel primo contatto culturale.
È affascinante vedere come i nomi che diamo alle cose spesso raccontino più di noi, della nostra cultura, dei nostri pregiudizi, che della cosa in sé. Quel nome, del missionario, ci dice qualcosa su come la società occidentale, con i suoi valori e le sue idee su cosa fosse “giusto” o “normale”, interpretava o giudicava le pratiche altrui.
Non pensate che sia una cosa un po’ ironica? Che una posizione che, diciamocelo, è piuttosto comune e diremmo… pratica… sia stata etichettata con un nome che evoca uno sguardo esterno, forse un po’ perplesso?

Poi, ovviamente, nel corso del tempo, il termine si è diffuso, è diventato di uso comune. E oggi, quando parliamo di posizione del missionario, ci riferiamo a quella specifica configurazione senza pensarci troppo. Ma dietro quel nome, c’è tutta una storia, un piccolo frammento di antropologia e di incontri tra culture.
E pensiamo anche alla funzionalità. Perché proprio questa posizione è così diffusa, a prescindere dal nome? Beh, diciamocelo, è abbastanza… semplice… da attuare, vero? Non richiede acrobazie degne di un circo, permette un buon contatto visivo e fisico, e poi, beh, è una di quelle che si imparano quasi… in automatico… quando si inizia a esplorare la propria intimità. Non è un caso che sia spesso la prima posizione che molti sperimentano.
È un po’ come quando si impara a cucinare. Magari la prima cosa che ti viene naturale preparare, senza troppi pensieri, è una pasta al pomodoro. Non perché sia la più gourmet del mondo, ma perché è semplice, buona e ti dà soddisfazione. Ecco, la posizione del missionario, nella sua funzionalità, ha un po’ quella stessa aria di… base sicura.
Quindi, la prossima volta che sentirete parlare di posizione del missionario, ricordatevi di questa piccola storia. Non è una posizione “religiosa” nel senso stretto, non è una posizione “dei missionari” perché la praticassero loro. È semplicemente il risultato di un’osservazione antropologica, di un nome che è rimasto attaccato a quell’atto intimo, forse più per una percezione esterna che per una sua caratteristica intrinseca.

È un promemoria divertente di come le parole che usiamo hanno un peso, un passato, e a volte, nascondono delle piccole sorprese. Ci fa pensare a quanto sia importante capire l’origine delle cose, anche di quelle che ci sembrano più… ovvie.
E poi, diciamocelo, non è una cosa affascinante? Studiare le parole, studiare le storie che si nascondono dietro le cose che diamo per scontate. È un po’ come scoprire un tesoro nascosto, anche solo pensando a come è stata chiamata una particolare posizione. Ci apre la mente, ci fa vedere il mondo, e anche la nostra intimità, con occhi diversi.
Quindi, che dire? La prossima volta che ti troverai in quella posizione, potrai pensare: “Ah, ecco perché si chiama così!” Con un sorriso, ovviamente, perché in fondo, questa storia è un po’ buffa, un po’ istruttiva, e decisamente… stimolante… per la curiosità.
E questo è tutto, per oggi. Spero che questo piccolo viaggio nella storia del nome posizione del missionario vi sia piaciuto e vi abbia incuriosito. Continuate a fare domande, a esplorare, e a cercare le storie nascoste dietro le cose. C’è sempre qualcosa di interessante da scoprire!