
Ragazzi, ma vi è mai capitato di imbattervi in un film che, anche a distanza di anni, continua a farvi sorridere, a farvi pensare, e a lasciarvi addosso quella strana sensazione di aver scoperto un tesoro? Ecco, a me è successo con “Non Ci Resta Che Piangere”. Sì, esatto, quel film del 1984 con i nostri adorati Massimo Troisi e Roberto Benigni. Non la solita commediola, eh no. Questa è roba seria… ma divertente. Molto divertente.
Avete presente quando siete lì che state smanettando sui canali o scrollando le piattaforme e all'improvviso compare lui? Magia. È come ritrovare un amico di vecchia data con cui hai condiviso mille risate e storie. E ogni volta è come la prima. Mai banale, mai scontato. Vi immaginate di ritrovarsi catapultati indietro nel tempo, tipo 500 anni fa?
Ma perché questo film è così speciale?
Beh, partiamo dagli ingredienti. Abbiamo due geni della comicità italiana, due stili unici che si incastrano alla perfezione. Troisi con la sua malinconia sorniona, quella capacità di dire cose profondissime con un filo di voce e uno sguardo che ti entra dentro. E Benigni, con la sua esuberanza travolgente, il suo ritmo indiavolato e quella risata che ti contagia subito. Insieme sono una bomba. Una di quelle bombe che ti fanno scoppiare dalle risate, ma che ti lasciano anche un segno.
E poi c’è la trama, o meglio, l'assenza di una trama troppo complicata. Due amici, Mario e Saverio, un giorno si ritrovano, come per magia, nel 1492. Sì, avete capito bene. 1492. L'anno in cui Cristoforo Colombo stava per partire per le Americhe. Solo che loro non lo sanno, o meglio, lo sanno ma cercano di evitare che succeda, perché “non ci resta che piangere” se l'America viene scoperta! Capite la genialità?
È un viaggio nel tempo, certo, ma è soprattutto un viaggio nelle piccole cose, nei modi di dire, nelle abitudini. Vedere due uomini moderni, con le loro ansie e i loro pensieri attuali, catapultati in un'epoca così lontana è uno spasso. Si scontrano con la superstizione, con le ingiustizie, con la semplice vita quotidiana. E lo fanno con quello spirito tutto italiano, cercando di arrangiarsi, di capire, di trovare una soluzione, anche quando non c’è.

I dialoghi: oro colato.
Ah, i dialoghi! Se c’è una cosa che rende questo film immortale, sono proprio le battute. Quelle frasi che sono entrate nel lessico comune, che dici e subito pensi a loro. “Mi è semblato di vedere un gatto!” Chi non l'ha mai detto o sentito dire? E che dire di “Certo che la vita è bella, basta che ci pensi!”? O ancora, il mitico “Savè, ma 'ndo' andiamo?”. Sono più che semplici battute, sono piccole pillole di saggezza popolare, condite con una dose massiccia di umorismo.
E poi c'è la loro interpretazione. Non è recitazione nel senso stretto del termine, è più una fusione tra attori e personaggi. Sembra che Troisi e Benigni siano davvero quei due personaggi, con tutte le loro paure, le loro speranze e le loro assurdità. Si vede l'improvvisazione, la spontaneità, quel qualcosa che rende un film vivo e vero.

Ma non pensate che sia solo comicità spicciola. No, no. Sotto sotto c'è una riflessione. Una riflessione sul tempo, sul destino, sul senso della vita. Il fatto che loro cerchino di cambiare la storia, di impedire la scoperta dell'America, ci fa pensare: quanto è vero il nostro percorso? Quanto possiamo davvero influenzare le cose? O siamo solo pedine in un gioco più grande? E poi, pensando a un mondo senza America, senza tutto quello che conosciamo oggi, ci rendiamo conto di quanto siamo legati alla nostra storia, anche quella che non ci piace.
Pensateci un attimo. Se voi vi ritrovassero nel 1492, cosa fareste? Probabilmente sareste terrorizzati. Loro, invece, cercano di sopravvivere, di capire, di… inseguire Beatrice! Sì, perché anche nel Medioevo, l'amore ha un ruolo importante. E la loro ricerca di questa donna ideale, che magari non esiste nemmeno, è un po' la metafora della nostra perenne ricerca di qualcosa di irraggiungibile, di perfetto.

Un viaggio nel tempo che ti fa pensare... ridendo.
La bellezza di "Non Ci Resta Che Piangere" sta proprio in questo: ti fa ridere a crepapelle, ti fa esclamare “Ma che forza!”, e poi, con una calma disarmante, ti mette di fronte a domande esistenziali. È come un pacchetto regalo che contiene una risata fragorosa, ma anche un piccolo pensiero che ti rimane dentro.
E vogliamo parlare delle scene iconiche? Il momento del ritorno, il tentativo di spiegare cos'è il futuro, le invenzioni che cercano di creare. Tutto è così geniale e semplice allo stesso tempo. È un film che non invecchia, che si rinnova ogni volta che lo rivedi, perché scopri sempre qualche dettaglio in più, qualche sfumatura che ti era sfuggita.

È un po' come mangiare un piatto della nonna. Ti ricorda qualcosa di antico, di genuino, di che ti fa stare bene. Non c'è artificiosità, non c'è forzatura. C'è solo il talento puro, la voglia di raccontare una storia in modo nuovo e originale. E ci sono due artisti che hanno saputo cogliere l'essenza dell'essere umano: la sua capacità di ridere di fronte alle avversità, di cercare un senso, di amare.
La versione integrale poi, diciamocelo, è quella che ti fa apprezzare ancora di più il lavoro dei nostri due maestri. Ci sono scene che magari non ricordi, battute che ti strappano un sorriso in più. È un’immersione totale in quel mondo, in quella storia. È come se ti avessero dato il biglietto per un viaggio nel tempo, e tu, seduto comodamente sul divano, ti godi lo spettacolo.
Quindi, se non l’avete mai visto, o se è passato un po’ di tempo dall’ultima volta, vi consiglio caldamente di recuperarlo. Mettetevi comodi, preparate i fazzoletti (per le risate, ovvio!) e lasciatevi trasportare da questo capolavoro. “Non Ci Resta Che Piangere” non è solo un film, è un'esperienza. Un'esperienza che ti scalda il cuore e ti fa pensare: “Ma quanto sono fortunato ad aver potuto vedere questo film!”. E poi, diciamocelo, ci aiuta a sentirci un po' più leggeri, un po' più consapevoli che, nonostante tutto, la vita va vissuta, magari con un pizzico di follia e tante risate.