
Ricordate quando da piccoli, ma proprio piccoli piccoli, avevamo quel genere di idee che oggi, ripensandoci, ci fanno venire una risatina sotto i baffi? Ecco, a me viene sempre in mente quella mia fase “indiana”. Non che sapessi bene cosa volessero dire gli indiani, intendiamoci. Il mio bagaglio culturale in materia era basato principalmente su cartoni animati, qualche libro illustrato malamente e, diciamocelo, un'immagine un po'… stereotipata. Ma questo non mi impediva di sentirmi un vero sciamano in erba, pronto a comunicare con gli spiriti della natura, che per me consistevano soprattutto nel mio gatto, Sgranf, e nell'albero di fico del cortile.
Era un po' come quando ti fissi su una nuova passione, tipo imparare a suonare la chitarra. Compri tutto il necessario, guardi mille tutorial su YouTube, ti prometti di fare un'ora al giorno di esercizio. Poi, dopo un paio di settimane, ti ritrovi con la chitarra impolverata in un angolo e le dita che ancora fanno fatica a fare un semplice accordo di Do. Ecco, la mia fase indiana era più o meno così, solo con piume fatte con fogli di giornale e archi fatti con rami storti che riuscivano a sparare al massimo un sassolino.
Ma la cosa più bella, e che credo sia comune a molti, era la pura e semplice immaginazione. Non avevamo bisogno di effetti speciali, di videogiochi ultra-realistici. Bastava una coperta per costruire una tenda perfetta, un secchiello per il fuoco sacro (che poi era solo terra e rametti) e via, si partiva per l'avventura. Ci si sentiva esploratori, guerrieri, uomini saggi. E ogni piccola cosa acquisiva un significato profondo. Quel sasso colorato? Un dono del Grande Spirito. Quel filo d'erba? Un messaggio da decifrare.
La vita da "guerriero" in miniatura
Ricordo ancora le spedizioni nel giardino dietro casa, che per me era una foresta inesplorata. Ogni cespuglio era un potenziale nascondiglio, ogni buco nel muro un passaggio segreto verso terre sconosciute. Si doveva stare attenti ai “nemici”, che solitamente erano rappresentati da qualche vicina anziana che stendeva il bucato o, nel peggiore dei casi, dal cane del signor Rossi, un bassotto un po' troppo convinto di essere un lupo.
La caccia alla preda era un momento cruciale. La preda poteva essere una formica particolarmente ostinata, una lucertola veloce come un lampo, o addirittura un dente di leone che, una volta soffiato, diventava un mezzo di trasporto per messaggi segreti verso tribù lontane. La pazienza era la mia arma più potente. Stare immobile per minuti che a me sembravano ore, concentrato su un singolo punto, con il cuore che batteva all'impazzata. Era una forma di meditazione ante-litteram, credo. O forse solo la noia che si trasformava in disciplina.
E poi c'era la comunicazione. Niente telefonini, niente messaggi. Si usavano segnali di fumo (che poi erano solo nuvolette di polvere che alzavo con un bastone), fischi elaborati che solo noi “guerrieri” sapevamo interpretare, o disegni fatti sulla terra con un bastoncino. Ogni tanto, il messaggio era: “Mamma, ho fame.” Ma anche quello, detto in codice, suonava molto più epico.

La nostra “tribù” era composta da me, il mio migliore amico Marco (che si atteggiava a capo tribù più saggio, con una coroncina di foglie che gli stava sempre storta) e, a volte, qualche altro bambino del vicinato che capitava a tiro. Ci si scambiavano ruoli, si inventavano storie. Marco era spesso il "vecchio saggio" che raccontava leggende, io il "cacciatore" più abile, e quello che arrivava dopo diventava il "tribùlo" addetto a raccogliere bacche (che poi erano solo sassolini).
Le nostre battaglie erano leggendarie. Non si usavano armi vere, ovviamente. Ma il bastone che fungeva da lancia, le pietre lanciate con precisione chirurgica (o quasi) contro bersagli immaginari, le cariche impavide contro nemici invisibili… tutto contribuiva a creare un senso di adrenalina pura. Era la versione infantile e innocua del paintball, solo con molta più polvere e qualche sbucciatura qua e là.
E quando calava il sole, ci si riuniva attorno al nostro “fuoco sacro”. Che, nella realtà, era un piccolo falò acceso dalla mamma nel cortile per bruciare qualche foglia secca. Ma per noi era un momento di condivisione, di racconto delle gesta della giornata, di pianificazione delle avventure per il giorno successivo. Il rumore del fuoco che scoppiettava, il profumo di fumo nell'aria… era la nostra versione del campo base, il nostro momento di quiete prima di affrontare nuove sfide.

I rituali e le "superstizioni" da bambino indiano
Ogni tribù che si rispetti ha i suoi rituali, no? E la mia non faceva eccezione. C'era il rituale del “pelo di lupo”, che consisteva nel trovare un capello di cane (il bassotto del signor Rossi era una fonte inesauribile) e metterlo nel nostro “sacchetto magico” (una vecchia calza bucata) per avere protezione. Oppure il rituale della “danza della pioggia”, che era semplicemente saltare come matti sotto il rubinetto del giardino sperando che cadesse qualche goccia. Funzionava? Raramente, ma ci si divertiva un mondo.
Poi c'erano le mie personali “superstizioni” da piccolo indiano. Ad esempio, non si poteva mai attraversare la strada senza prima aver fatto un piccolo inchino all'albero più vicino, perché ero convinto che fosse il “guardiano del sentiero”. Se vedevo una coccinella, dovevo contare i puntini per capire quanti anni avrei vissuto in salute. Un'esagerazione, certo, ma era il mio modo di dare un senso a un mondo che, per un bambino, può essere a volte un po' caotico e imprevedibile.
Ricordo un pomeriggio particolarmente caldo, dove avevo deciso di fare il mio “rituale di purificazione” nel ruscello che scorreva ai margini del bosco vicino a casa. Il ruscello, in realtà, era un rigagnolo con acqua un po' torbida che sapeva di terra. Ma nella mia mente, era un fiume sacro. Mi sono immerso con la convinzione di lavare via ogni negatività, ogni “malocchio” del tipo che ti cadeva il gelato dalla cialda. Sono uscito tutto fradicio, coperto di fango, ma con la sensazione di aver compiuto un gesto potentissimo. Mia madre, poverina, quando mi ha visto, è quasi svenuta. Ma con la sua solita pazienza, mi ha solo detto: “Ma cosa ti è saltato in mente? Ti sei fatto un bagno nell'acqua sporca!”

La mia fedeltà alla tribù era assoluta. Se Marco diceva che dovevamo costruire una nuova fortezza di rami e foglie per difenderci da un attacco di “nemici volanti” (le zanzare, immagino), io ero lì, pronto a portare i rami più pesanti. Non si discuteva, si faceva. C'era un senso di unità e appartenenza che oggi, con tutte le nostre connessioni digitali, a volte mi manca. Ci si parlava faccia a faccia, si condividevano le esperienze in tempo reale, senza filtri o emoticon.
E il “cibo tribale”? La mia dieta da piccolo indiano era piuttosto limitata. Le bacche selvatiche, per me, erano principalmente le more che raccoglievamo lungo il sentiero (con il rischio di prendersi qualche spina) o, più realisticamente, le caramelle che mia nonna mi nascondeva in dispensa e che io dichiaravo “cibo energetico per guerrieri”. La frutta e la verdura che i miei genitori mi propinavano venivano spesso bollate come “erbe medicinali degli uomini bianchi”, un po' dispregiativamente, certo, ma era il mio modo di affermare la mia identità di “indiano”.
C'era anche il momento della “guarigione”. Se cadevo e mi sbucciavo un ginocchio, non era una semplice sbucciatura. Era una ferita di battaglia. E la cura? Un po' di acqua fresca (quella della bottiglia, per fortuna), un cerotto applicato con la massima serietà, e poi il “rimedio magico” della nonna: una specie di unguento dalla consistenza strana che, a dire il vero, sapeva di vecchio e di medicina. Ma per me era una pozione potentissima, capace di far scomparire il dolore in un attimo.

Oggi, l'eco di quella "civiltà"
Ora, ripensando a tutto questo, mi rendo conto di quanto fosse preziosa quella semplicità. La capacità di trasformare un pezzo di cartone in una piroga, un rametto in una freccia, un pomeriggio noioso in un'epopea. Oggi, con tutta la tecnologia a disposizione, è facile sentirsi un po' disconnessi dalla natura, un po'… ingabbiati.
Quella fase "indiana" mi ha insegnato un modo diverso di guardare le cose. Mi ha insegnato che l'immaginazione non ha limiti, che la natura offre infinite possibilità per il gioco e la scoperta, e che a volte, le cose più semplici sono quelle che ci rendono più felici.
È un po' come quando scopri una canzone che ti entra dentro, una di quelle che ascolti in loop per settimane. Oppure quando ti fissi su un nuovo hobby, tipo il giardinaggio, e inizi a guardare ogni pianta con occhi diversi. Quella fase indiana è stata la mia canzone preferita per un po', il mio hobby più appassionante. E anche se oggi non costruisco più tende con le coperte né uso il gatto come totem, quell'eco di libertà e avventura rimane.
Magari, ogni tanto, quando mi sento troppo “adulto” e troppo “responsabile”, mi concedo una piccola evasione. Magari guardo un documentario sulla natura, o mi perdo a osservare le nuvole nel cielo cercando di indovinare le forme. Piccoli gesti, quasi impercettibili, che mi riportano per un attimo a quel tempo in cui ero un bambino con la fantasia di un indiano, e il mondo era un'immensa prateria da esplorare. E questo, credo, è un tesoro che non dovremmo mai perdere.