
Ah, I Cavalieri dello Zodiaco! Chi non si ricorda di questi eroi con le armature scintillanti e i poteri che sfidavano la gravità? Ma diciamocelo, tra tutti gli scontri epici e le battaglie che ci hanno tenuto incollati allo schermo, c'è una saga che spicca per essere... beh, un po' diversa. Sto parlando, ovviamente, degli episodi de Le Dodici Case in italiano.
Sì, lo so, questa potrebbe essere un'opinione impopolare. Molti considerano Le Dodici Case il vertice assoluto della serie. La trama avvincente, i colpi di scena, i Cavalieri d'Oro che finalmente si fanno conoscere. E per carità, sono tutti punti validissimi! Ma oggi, con un sorriso e un pizzico di ironia, voglio esplorare un lato di questi episodi che forse abbiamo un po' dimenticato, o che abbiamo semplicemente deciso di sorvolare con un cenno del capo.
Quel piccolo, grande dettaglio: il tempo
Parliamoci chiaro: se ci fosse stato il cronometro in mano durante Le Dodici Case, credo che avremmo passato più tempo a contare i secondi che a guardare i nostri eroi fare mosse spettacolari. Avete presente quella sensazione che ti fa dire: "Ma quanto ci mettono ad attraversare una porta?". Ecco, Le Dodici Case erano un vero e proprio festival di questo sentimento.
Ogni Casa era una sfida, non solo per i nostri Cavalieri, ma anche per la nostra pazienza. Arrivare alla Casa di Aries, fare due chiacchiere con Mu, magari convincerlo a riparare un'armatura (cosa che, diciamocelo, richiedeva più tempo della costruzione di una piramide), e poi ripartire... mamma mia. Ci si sarebbe potuti fare un caffè, leggere un giornale, forse persino fare una pennichella e svegliarsi giusto in tempo per il prossimo combattimento. E il bello è che spesso, il combattimento non era nemmeno iniziato!
Si iniziava con un "Dobbiamo attraversare queste dodici case in dodici ore!" e poi, con buona pace del tempo, le dodici ore diventavano dodici giorni, dodici settimane... chi più ne ha, più ne metta.
Prime Video: I Cavalieri dello Zodiaco (Saint Seiya) - Le dodici case
E la fretta? La fretta dei nostri eroi? Pareva che avessero un appuntamento importantissimo subito dopo. Correte, correte, correte! Salite le scale, evitate le trappole, sfidate il primo Cavaliere d'Oro che incontrate. Poi, fermi tutti. Bisogna capire il passato del cattivo, spiegare perché è diventato cattivo, fare un monologo sull'importanza dell'amicizia e della giustizia. E tutto questo, mentre Athena è lì, addormentata, e il destino del mondo pende da un filo sottilissimo. Un filo che, a quanto pare, era molto elastico e capace di allungarsi all'infinito.
I dialoghi infiniti: un'arte o una tortura?
E che dire dei dialoghi? I nostri Cavalieri erano dei veri filosofi in armatura. Ogni incontro, anche il più breve, si trasformava in un'occasione per dissertazioni profonde sull'universo, sul significato della vita, sulla crudeltà del destino. E i Cavalieri d'Oro? Loro erano dei maestri in questo campo. Non bastava essere più forti, bisognava anche spiegare perché si era più forti, quali erano le proprie motivazioni, quali erano i propri dolori.
A volte, mi immaginavo Seiya che, dopo aver appena subito un colpo degno di un meteorite, anziché rialzarsi con la sua solita grinta, si sedeva per terra e iniziava un dibattito esistenziale con il suo avversario. "Ma tu, che combatti per il Grande Tempio, cosa cerchi veramente? La pace? La gloria? O solo un po' di tempo per riflettere sulle tue scelte?". E l'altro, magari con un fulmine pronto a partire, risponderebbe: "Io cerco... una pausa per bere un bicchiere d'acqua. Sono rimasto a corto di energia dopo averti spiegato la mia filosofia per la terza volta."

Ricordo ancora con affetto (e un po' di esasperazione) quelle scene in cui un Cavaliere veniva sconfitto. Pensavi: "Ok, è finita, è caduto". Invece no! Si rialzava, con qualche graffio in più, e iniziava un altro monologo, questa volta sulla forza che si trova dentro di sé, sull'amore per Athena, sulla determinazione incrollabile. E noi, lì, a fare il tifo, sperando che il monologo fosse abbastanza lungo da far arrivare Shun e risolvere tutto con una delle sue catene.
Il ritmo, un concetto alieno
Ora, non fraintendetemi. Amo la trama profonda e i retroscena dei Cavalieri d'Oro. Ma cavolo, c'era un senso di urgenza, no? Dovevano salvare Saori! Dovevano sconfiggere il Papa! Dovevano... fare tante cose, e piuttosto in fretta! Eppure, il ritmo degli episodi era quello di una passeggiata domenicale. Un'allegra passeggiata, certo, con tanto di musica epica e pose drammatiche, ma pur sempre una passeggiata.

Ogni Casa era un piccolo mondo a sé, con i suoi abitanti, le sue regole, e soprattutto, il suo tempo di permanenza. A volte, mi sembrava che i Cavalieri si fermassero per fare amicizia con gli spiriti delle Case. "Ciao, sono Shiryu. Scusa se ti ho appena distrutto la porta, ma devo passare. Ti va di bere un tè?". E lo spirito della Casa, magari un'entità eterea con poteri immensi, rispondeva: "Oh, certo! Ma prima ti devo spiegare la mia storia ancestrale e il motivo per cui questa porta è così fragile."
E gli scontri? A volte, più che uno scontro, sembravano delle coreografie studiate nei minimi dettagli. Il colpo è andato a segno? Bene. Il nemico è caduto? Quasi. Ora, però, bisogna fermarsi un attimo per ammirare la bellezza dell'armatura appena danneggiata, o per riflettere sulla fragilità della vita. E mentre loro riflettevano, noi potevamo andare a preparare una tisana rilassante, perché sapevamo che la vera azione era ancora lontana.
I Cavalieri d'Oro: da antagonisti a divinità (temporanee)
E poi ci sono loro, i Cavalieri d'Oro. All'inizio, sembravano delle vere e proprie montagne insormontabili. Ciascuno con il suo segno zodiacale, ciascuno con il suo potere incredibile, ciascuno con il suo atteggiamento enigmatico. Ma mano a mano che proseguivamo attraverso le dodici Case, il loro mistero iniziava a svanire, sostituito da... ecco, dalle lunghe spiegazioni. Ogni Cavaliere d'Oro aveva un passato tormentato, un segreto da custodire, un rimpianto da confessare.

E noi, poveri spettatori, dovevamo assorbire tutte queste informazioni. Era come fare un corso intensivo di storia e psicologia in piena battaglia. Mi immagino Aldebaran di Taurus, con la sua forza bruta, che invece di sferrare il suo potentissimo colpo, si sedeva e diceva: "Sai, un tempo ero un semplice allevatore di bestiame. Ma poi ho scoperto la verità su Aiolos e tutto è cambiato..." E noi, lì, a pensare: "Ok, Aldebaran, bel racconto, ma puoi concentrarti sul distruggere Hyoga?"
Certo, questi momenti erano importanti per dare profondità ai personaggi. Ma a volte, si sentiva un po' la mancanza della semplice, pura, dannata azione! Un "boom!", un "crash!", un "ti ho sconfitto!" senza troppi fronzoli. Invece, ci toccava aspettare che finissero di raccontare il loro curriculum vitae prima di poter finalmente vedere un vero combattimento.
Quindi sì, Le Dodici Case sono una saga fondamentale per I Cavalieri dello Zodiaco. Hanno introdotto personaggi iconici e gettato le basi per tutto quello che sarebbe venuto dopo. Ma se dovessi descriverle con un solo aggettivo, beh, direi "dilatate". Dilatate nel tempo, dilatate nei dialoghi, dilatate nei retroscena. E in fondo, non è forse questo il loro fascino? Un fascino che ci fa sorridere ancora oggi, ripensando a quanto tempo ci mettevamo a percorrere quelle famose dodici Case.
