
Ah, l'italiano. Una lingua meravigliosa, piena di sfumature, gesti e suoni che ci fanno sentire subito speciali. Ma a volte, diciamocelo, ci mettiamo in situazioni… diciamo, linguisticamente interessanti. Soprattutto quando dobbiamo confrontarci con quella lingua che tante volte ci fa sudare freddo: l'inglese.
E oggi, miei cari lettori, vogliamo affrontare un dilemma che affligge generazioni di studenti, amici all'estero e persino chi pensa di cavarsela con un "hello" e un "thank you". Parliamo di quel momento fatidico in cui dobbiamo tradurre… un cane.
Sì, lo so. State pensando: "Ma che ci vuole? È una cosa facilissima!". E qui, miei amici, sta il tranello. Perché se da un lato la risposta è effettivamente una sillaba breve e con un suono che somiglia quasi a un piccolo ringhio soffocato, dall'altro lato, il modo in cui ci arriviamo, le peripezie che facciamo nella nostra mente, quelle sì che sono degne di un film comico.
Immaginate la scena. Siete in vacanza, magari in una città inglese vibrante, piena di vita e… di cani. Ne vedete uno adorabile, che scodinzola felice al guinzaglio. Il vostro compagno di viaggio vi chiede: "How do you say in English... that animal?". E voi? Panico. Si apre il cassetto dei ricordi scolastici. La maestra delle elementari che ripete all'infinito: "Dog, cat, house, table...". Ma nella vostra testa, quel suono così familiare, quel "cane" che usate tutti i giorni per descrivere il vostro amico peloso, improvvisamente si perde nel limbo tra italiano e inglese.
Provate a pensarci. Quante volte vi è capitato? Iniziate con un "It's… that, you know… with the tail, that barks?". Il vostro interlocutore vi guarda con quell'espressione mista di pazienza e leggero divertimento, tipica di chi ha a che fare con chi sta tentando di spiegare il colore del cielo con le parole di un arcobaleno.
E poi, ci sono le variazioni sul tema. Perché se è vero che il termine generico è uno, le sfumature nel mondo canino sono infinite, e tradurle in inglese può diventare un'avventura degna di Indiana Jones.

Abbiamo il cane di piccola taglia. Quello che sta in borsetta. In italiano è semplicemente un "cane piccolo". Ma in inglese? Potrebbe essere un "small dog", certo. Ma poi spuntano termini come "toy dog" o, se vogliamo essere ancora più precisi, nomi di razze che magari non ricordiamo nemmeno noi stessi. E lì, ragazzi, la conversazione può degenerare rapidamente in un elenco di razze che sembrano più nomi di cocktail esotici: "Chihuahua", "Pomeranian", "Yorkie". E voi, con la faccia da pesce lesso, annuite come se aveste appena vinto un premio Nobel per la cinofilia internazionale.
Poi c'è il cane di grossa taglia. Il gigante buono. Quello che ti leccherebbe la faccia fino a farti diventare umido. Anche qui, "big dog" è la risposta ovvia. Ma se vogliamo fare i sofisticati, potremmo dire "large breed" o addirittura tentare di descriverne il carattere: "He's a gentle giant". E lì, la persona con cui state parlando potrebbe iniziare a fantasticare su film epici e leggende antiche. Tutto perché avete avuto un attimo di esitazione sul semplice, elementare, "cane".
E che dire del cucciolo? Ah, il cucciolo! Quella palla di pelo che ti scioglie il cuore. In italiano, è il nostro adorabile cucciolo. In inglese, non è proprio "doggy baby", anche se l'idea ci sta tutta. Il termine giusto è "puppy". Ma quante volte ci siamo persi in un mare di "baby dog" e "little doggy" prima di ricordare quel suono così… felice?

E quando il nostro amico a quattro zampe combina qualche guaio? In italiano diciamo: "Il mio cane ha fatto una marachella". Tradotto letteralmente in inglese, potremmo finire con "My dog did a little mischief", che non suona poi così male. Ma se volessimo essere più specifici, magari è un "naughty dog" o ha fatto un vero e proprio "mess". E lì, tra un "oops" e un "oh dear", ci ritroviamo a gestire il disastro, cercando di mantenere la calma e soprattutto di non farci sfuggire un altro termine anglo-italiano.
Ma la mia teoria, quella che mi piace chiamare "l'impopolare opinione sul cane in inglese", è che non si tratta solo di imparare una parola. Si tratta di un piccolo rituale mentale. Un modo per flirtare con l'imbarazzo e la simpatia. È come se la lingua inglese volesse metterci alla prova, dicendoci: "Okay, avete imparato a ordinare un caffè, ma vediamo se riuscite a nominare questo creatura che fa scodinzolare il mondo!".
E c'è la questione dei soprannomi. In italiano, i cani hanno nomi che sono una poesia: Pallina, Fido, Rex, Luna. Immaginate di dover spiegare in inglese che il vostro cane si chiama "Little Ball" o "Faithful". Potrebbe suonare un po'… letterale. Ma quando qualcuno vi chiede "What's his/her name?", e voi rispondete "His name is Rex
E non dimentichiamo i versi. In italiano diciamo che il cane "abbaia". Semplice. In inglese? "Barks". Anche qui, niente di trascendentale. Ma se il cane fa un verso più acuto, quasi un lamento? Potrebbe "whine". Se ulula alla luna? "Howls". Ogni suono ha la sua sfumatura, e noi, nel tentativo di tradurre, ci sentiamo un po' come dei direttori d'orchestra che cercano di imitare ogni singola nota con strumenti improvvisati.
Ma la cosa più bella, alla fine, è quella scintilla negli occhi di chi, dopo un po' di esitazione, finalmente azzecca la parola. Quel "Ah, yes! Dog
Quindi, la prossima volta che vedrete un cane, e qualcuno vi chiederà come si dice in inglese, prendetevi un attimo. Sorridete. Pensate a tutti i cani del mondo, a tutte le code che scodinzolano, a tutti i latrati felici. E poi, con un pizzico di sicurezza, dite la parola magica. E ricordatevi che anche se ci avete messo un po', avete fatto un lavoro egregio. Perché alla fine, tutti capiscono il linguaggio universale del cane, anche senza una traduzione perfetta.
Viva il cane, in tutte le lingue! E viva quel piccolo momento di confusione che ci fa sentire ancora più umani e, soprattutto, più simpatici. Non trovate? Io sì. E questo è solo l'inizio. Chissà quante altre "piccole" traduzioni ci aspettano per farci sorridere e sudare un po' nello stesso momento.