
Ah, il riso in bianco asciutto. Quelle quattro parole magiche che per molti di noi evocano ricordi di… beh, diciamocelo, serate tranquille. Non quelle serate da copertina, eh no. Parliamo di quelle serate in cui l'ambizione culinaria si ferma a "qualcosa che non richieda di lavare troppe pentole". Parliamo di quel piatto che è il bravo soldatino della cucina italiana, sempre pronto a scendere in campo quando tutto il resto sembra troppo complicato.
È un po' come quel tuo amico che non fa mai niente di esagerato, ma che c'è sempre. Il riso in bianco asciutto è così. Niente fronzoli, niente salse elaborate che ti fanno sentire un novello Gordon Ramsay (con tutto il rispetto per Gordon, che probabilmente neanche saprebbe cosa fare con una pentola di riso in bianco senza un piano B). Solo lui, riso e acqua. E forse un pizzico di sale, se ti senti un po' audace.
Ricordo ancora le volte da bambino quando la mamma era stanca, o semplicemente aveva avuto una giornata di quelle… lunghissime. Sentivo il tintinnio delle posate che si avvicinavano alla mia ciotola e sapevo. Niente sugo, niente verdure che mi avrebbero guardato con sospetto. Solo quel profumo tenue, quasi timido, del riso che bolliva. Era la mia zona di comfort fatta chicchi.
E diciamocelo, quante volte ci siamo trovati in quella situazione? Sei tornato a casa dopo una giornata di lavoro, le energie sono pari a quelle di una lumaca in salita, e l'idea di preparare chissà quale elaborato piatto ti fa venire l'orticaria. Apri il frigo, sperando in un miracolo, ma trovi solo un mezzo limone, del ketchup e… del riso. Bingo! Il nostro eroe è lì, pronto a salvarti la cena (e forse anche il morale).
Preparare il riso in bianco asciutto è quasi un rituale zen. Prendi la pentola. Misuri il riso. La proporzione è la chiave, amici miei. Troppa acqua e ti ritrovi con una specie di porridge che potrebbe vagamente somigliare alla colla per decoupage. Troppo poca e rischierai di bruciare tutto prima ancora che l'acqua bolla, con quella sottile nota di aroma bruciacchiato che si attacca alle narici come un souvenir indesiderato.
La regola d'oro, quella che ci ha tramandato nonna, è solitamente una parte di riso e due parti di acqua. Ma chi siamo noi per non sperimentare? A volte, per una questione di sfida personale, mi piace provare a usare un po' meno acqua, giusto per vedere se riesco a ottenere quel chicco un po' più sgranato, quel tocco di bravura culinaria che ti fa sentire uno chef stellato… nel tuo piccolo. Ovviamente, questo comporta il rischio di dover grattare il fondo della pentola con la delicatezza di un archeologo che scava per una statuetta preziosa. Una delicatezza che spesso si trasforma in un'operazione di pulizia degna di un intervento chirurgico.

Poi c'è la cottura. L'acqua che bolle, quel primo esplosione di vapore che ti avverte che qualcosa sta accadendo. Aggiungi il riso. Mi piace sempre mescolarlo un attimo, farlo "svegliare" un po'. Poi abbassi la fiamma. Basse e costanti. Come una lezione di meditazione, il fuoco deve essere tranquillo, paziente. Non deve urlare, non deve agitarsi. Deve sussurrare al riso, quasi in modo conspiratorio.
E qui arriva il momento della pazienza. Quella virtù che spesso ci manca quando abbiamo fame e lo stomaco inizia a brontolare come un leone in gabbia. Devi resistere alla tentazione di sollevare il coperchio ogni due minuti. È come guardare il bollitore sperando che l'acqua si scaldi più in fretta. Non funziona. Anzi, ogni volta che alzi il coperchio, perdi calore, prolunghi la cottura e aumenti il rischio di disastri culinari.
Io di solito aspetto circa 15-18 minuti, a seconda del tipo di riso. Alcuni tipi, quelli un po' più nobili, tipo il Carnaroli o l'Arborio, hanno bisogno di un po' più di tempo per esprimere la loro anima cremosa (anche se qui stiamo parlando di riso in bianco asciutto, quindi la cremosità è un concetto molto, molto relativo). Altri, come il Basmati o il Jasmine, sono più veloci, quasi impazienti di essere gustati.

Il test finale è quello del chicco assaggio. Con la delicatezza di un critico gastronomico, ne prendi uno. Lo mordi. Deve essere cotto, ma ancora con un leggerissimo morso. Quel "al dente" che ti fa sentire subito più competente. Se è duro come la pietra, devi dargli ancora un po' di tempo. Se invece si sbriciola come sabbia, beh, hai appena creato una deliziosa pappetta che potrebbe essere ottima per un bimbo di tre anni, ma forse non è esattamente quello che avevi in mente.
Una volta cotto, scolo il riso. Ah, lo scolo. Un momento cruciale. Alcuni sono fanatici dello scolapasta, altri preferiscono lasciare un pochino d'acqua sul fondo. Io? Mi affido all'istinto. Se vedo che è ancora un po' "umido", lo scolo con cura. Se invece sembra già bello asciutto, lo lascio così. È un po' come decidere se mettere o no il casco per fare un breve giro in bici: a volte ti senti sicuro senza, altre volte meglio essere prevenuti.
E ora, il servizio. La ciotola, calda o fredda, a seconda del tuo umore. Il riso, che scende con quella grazia un po' goffa. Magari un filo d'olio d'oliva, se vuoi strafare. O una grattugiata di parmigiano, per un tocco di lusso improvvisato. È il momento in cui il tuo sforzo, per quanto minimo, viene premiato. Quel piatto semplice, essenziale, che ti ha sfamato e confortato.

Pensateci: quante volte il riso in bianco è stato la base perfetta per qualcos'altro? È il compagno di avventure di un uovo al tegamino, il fedele gregario di una cotoletta, il tappeto su cui adagiare un cucchiaio di sugo avanzato. Non è solo un piatto, è una tela bianca su cui dipingere i tuoi sapori.
E non sottovalutate mai il potere della semplicità. In un mondo in cui tutto sembra complicato, in cui le ricette hanno liste di ingredienti lunghe come il catalogo IKEA e richiedono attrezzi che hai visto solo nei documentari sulla NASA, il riso in bianco asciutto è un promemoria. Un promemoria che a volte, per essere felici, basta poco. Un po' di acqua, del riso, e la giusta dose di pazienza.
C'è chi lo critica, certo. "Ma è banale!", "Ma è noioso!". A queste persone rispondo con un sorriso e un: "E tu cosa hai mangiato stasera di così eccitante?". Perché, vedete, la bellezza del riso in bianco asciutto sta proprio nella sua potenziale infinità. Non è un punto di arrivo, è un punto di partenza. È il respiro prima di prendere il volo, la pausa prima della grande scena.

È anche un piatto che ti insegna tanto. Ti insegna a capire gli ingredienti, a sentire quando sono pronti, a non aver paura di assaggiare. Ti insegna che la cucina non è solo seguire un copione, ma anche ascoltare quello che gli ingredienti ti dicono. E il riso in bianco, con la sua apparente semplicità, ti parla in modo molto chiaro.
Ricordo una volta, ero in viaggio, e mi sono ritrovato in un piccolo ristorante con un menu che sembrava scritto in una lingua aliena. Avevo una fame da lupo, ma ero terrorizzato di ordinare qualcosa che non avrei capito. Alla fine, con un coraggio ritrovato, ho chiesto: "Avete del riso bianco?". Il cameriere mi ha guardato con uno sguardo che diceva "Seriamente?", ma poi mi ha portato una ciotola di riso in bianco. Era perfetto. Caldo, semplice, perfettamente cotto. Mi ha fatto sentire a casa, in quel posto sconosciuto. È questo il potere del riso in bianco asciutto. È un abbraccio culinario che ti fa sentire sempre un po' meglio.
Quindi, la prossima volta che vi sentite sopraffatti, o semplicemente stanchi, o anche solo curiosi di scoprire la magia della semplicità, prendete una pentola, del riso e dell'acqua. Metteteci un pizzico di sale, se vi va. E preparate il vostro riso in bianco asciutto. Non sarà una cena da star, ma sarà sicuramente una cena che vi farà sentire amati da voi stessi. E questo, credetemi, non ha prezzo. Anzi, diciamo che ha il prezzo di una busta di riso. E di qualche minuto di pazienza. Affare fatto.