
Allora, parliamo un po' di quella cosa che, ogni tanto, fa un po' di baccano nei notiziari, no? Il Premio Nobel per la Pace. Quel premio che, diciamocelo, a volte sembra una di quelle competizioni di cucina in TV dove devi fare un piatto con ingredienti che non hai mai visto prima. Quest'anno (o meglio, nel 2019, perché il tempo vola come un palloncino che si è staccato dalle mani di un bambino!) a portarsi a casa la statuetta virtuale è stato Abiy Ahmed Ali.
E chi è 'sto Abiy Ahmed Ali? Beh, immaginatevi il vostro vicino di casa che, invece di litigare per il parcheggio, si mette a fare da mediatore tra due nazioni che si stanno dando i numeri. Tipo quando i tuoi figli si prendono a cazzotti per un giocattolo, e tu entri in scena come un Jedi Master e li fai calmare. Ecco, più o meno il suo lavoro è stato questo, ma su scala globale. Un bel respiro profondo e... pazienza!
Il Nobel per la Pace non è una medaglia che ti danno solo perché sei stato bravo a fare i compiti. No, qui si parla di gente che fa cose davvero importanti, roba che cambia il mondo. E Abiy Ahmed Ali ha fatto proprio questo: è riuscito a sedersi al tavolo delle trattative con il presidente dell'Eritrea, Isaias Afwerki, e dire: "Ragazzi, ma che stiamo combinando? Siamo vicini, parliamoci, magari ci scambiamo un caffè e un bel piatto di pasta?".
La situazione tra Etiopia ed Eritrea era un po' come quella di due amici che non si parlano da anni per una sciocchezza. Tipo quando uno ti dice che la pizza è meglio con l'ananas (un sacrilegio, diciamocelo!) e l'altro ti risponde che il gelato va mangiato salato. Ecco, una lite da far accapponare la pelle, ma che coinvolgeva milioni di persone. Per decenni, queste due nazioni erano state in uno stallo, come due mucche che si guardano in cagnesco in un prato senza sapere chi deve mangiare per prima l'erba più succosa.
E qui entra in scena il nostro eroe, Abiy Ahmed. Diventato primo ministro dell'Etiopia nel 2018, ha avuto la brillante idea (che poi non è così brillante, è semplicemente logica, ma a volte la logica sembra un'idea rivoluzionaria!) di voler chiudere quella vecchia ferita. Ha detto: "Basta guerre, basta litigi, ricominciamo da capo. Dobbiamo essere amici!".

Immaginatevi la scena: tutti lì con le sopracciglia inarcate, pronti a dire "Ma chi ti credi di essere?". E invece, Abiy Ahmed è andato dritto per la sua strada. Ha incontrato Afwerki, si sono stretti la mano, e hanno iniziato a parlare. Non c'è stato un botto, non c'è stato un fuoco d'artificio improvviso. È stato un processo, come quando cerchi di montare un mobile IKEA senza istruzioni e ti sembra impossibile, ma poi, con un po' di pazienza e qualche imprecazione, ce la fai.
La cosa bella è che questo accordo di pace non è rimasto solo sulla carta. Sono successe cose concrete. Si sono riaperte le frontiere, la gente ha potuto rivedere i propri parenti dopo anni di separazione forzata. È come se, dopo una lunga e fredda inverno, finalmente arrivasse la primavera e tutto ricominciasse a fiorire. Immaginatevi le famiglie che si ritrovano, le lacrime agli occhi, le risate che riempiono l'aria. Roba che ti scalda il cuore più di una cioccolata calda con la panna.

Il Nobel per la Pace, in fondo, premia proprio questo: chi riesce a portare un po' di serenità in un mondo che, diciamocelo, a volte sembra un parco giochi dove i bambini si litigano le giostre senza un adulto che li calmi. E Abiy Ahmed, in quel contesto, è stato quell'adulto saggio che ha detto: "Ok, basta così. Pensiamo al futuro".
La scelta del comitato norvegese è stata accolta con un misto di sorpresa e gioia. Sorpresa perché, ammettiamolo, a volte ci aspettiamo che il Nobel vada a figure che vediamo tutti i giorni in TV con discorsi lunghissimi e complicatissimi. Invece, questa volta, hanno premiato un uomo che ha avuto il coraggio di fare un passo indietro, di lasciare da parte l'orgoglio nazionale (che diciamocelo, è un po' come quel parente un po' pesante che ti invita sempre alle feste) e di puntare sulla cooperazione.

È facile fare la guerra, è difficile fare la pace. È come giocare a nascondino: trovare un posto dove nascondersi è facile, trovare qualcuno che ti cerchi davvero e che ti dica "Ti ho trovato!" con un sorriso è più difficile. E Abiy Ahmed ha trovato il modo di far dire "Ti ho trovato!" a due nazioni che si erano perse di vista.
Il suo lavoro non è stato una passeggiata. Ci sono stati ostacoli, ci sono state resistenze, ci sono stati momenti in cui sembrava che tutto potesse crollare. Ma lui ha tenuto duro. Come quando stai imparando ad andare in bicicletta e cadi mille volte, ma ogni volta ti rialzi e provi di nuovo. La differenza è che lui non stava imparando ad andare in bicicletta, stava imparando a far andare d'accordo due nazioni. Una bella impresa!

E questo è il succo della questione. Il Premio Nobel per la Pace 2019 è andato ad Abiy Ahmed Ali perché ha dimostrato che anche nelle situazioni più complicate, con le persone più difficili, si può trovare una via d'uscita. Si può costruire un ponte dove prima c'era un abisso. E questa è una lezione che vale per tutti, non solo per i leader mondiali. Vale anche per noi, nelle nostre piccole vite di tutti i giorni.
Quindi, la prossima volta che vedete il nome di Abiy Ahmed Ali, ricordatevi di questo articolo. Ricordatevi dell'uomo che ha fatto una cosa semplice ma incredibile: ha detto "Parliamoci" e ha fatto sì che quel "Parliamoci" diventasse realtà. E questo, signori e signore, è un vero motivo per sorridere. Un vero motivo per credere che, nonostante tutto, un po' di pace nel mondo è possibile. E questa è una notizia bellissima, quasi quanto trovare un parcheggio libero proprio sotto casa!
Pensateci un attimo: se lui è riuscito a far pace tra Etiopia ed Eritrea, che problemi più piccoli potremmo risolvere noi, nella nostra quotidianità? Magari quel vicino che lascia sempre la spazzatura fuori dal bidone. O quella collega che ti ruba sempre la penna. Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per la pace nel condominio! 😉