
Allora, sedetevi comodi, perché oggi vi porto in un viaggio nel tempo, un viaggio fatto di robot giganti, capelli sparati verso il cielo e musiche che ti restano incollate nel cervello tipo colla vinilica. Sto parlando dei cartoni animati giapponesi, signore e signori, quelli belli, quelli che ti facevano venire voglia di imparare il giapponese solo per capire cosa dicevano i tuoi eroi. E per "quelli belli", intendo quelli degli anni '70 e '80. Preparatevi, perché qui non si scherza, si parla di pura, inebriante nostalgia!
Ma prima di tuffarci nei meandri del Mazinga Z, diciamocelo: chi si ricorda ancora le sigle? Quelle sigle che, ammettiamolo, erano più epiche della trama stessa. Bastava sentire i primi accordi di chitarra distorta e il grido iniziale per ritrovarsi in un attimo catapultati nel mezzo di una battaglia intergalattica, anche se stavi solo mangiando un pacchetto di figurine con la mamma che ti urlava di non fare briciole sul divano.
E i robot? Ah, i robot! Parliamo di Mazinga Z, il primo a farsi notare. Un colosso di metallo che, diciamocelo, era più un letto a baldacchino ambulante che un robot all'avanguardia. Poteva sparare raggi dalle mani, aveva i pugni che si staccavano (una vera comodità per chi doveva fare il bucato, immagino) e soprattutto, aveva un pilota, Koji Kabuto, un ragazzino che sembrava sempre sul punto di scivolare giù dalla cabina, tipo su una giostra un po' troppo veloce. Ma cosa faceva questo Mazinga? Combatteva mostri fatti di rottami metallici, comandati da un tipo con una faccia che sembrava fatta con la plastilina, il Dottor Inferno. Un nome, una garanzia.
Poi è arrivato Goldrake, che diciamocelo, era il cugino figo di Mazinga. Aveva delle lame che uscivano dagli avambracci, faceva dei salti spettacolari e il suo "Spazium Beam" era semplicemente iconico. E non dimentichiamoci la sua astronave, l'Alcor, che era più un'astronave da battaglia che un mezzo di trasporto per andare a fare la spesa. Ma la cosa più bella di Goldrake era il suo tema musicale, una vera bomba che ti faceva venire voglia di prendere un fucile ad acqua e sparare contro il muro, fingendo fosse uno dei minacciosi Vega.
E parlando di Vega, chi si ricorda quelle facce da incubo? Quelle teste da teschio con un occhio solo, che sembravano uscite direttamente da un cartone animato horror per adulti, ma che invece erano i cattivi dei nostri pomeriggi? Erano spaventosi, ma anche stranamente affascinanti. Ti chiedevi sempre: ma come gli è venuta in mente una cosa del genere? Probabilmente dopo notti insonni a guardare film di fantascienza di serie B.

Ma non vivevamo solo di robot. C'erano anche le avventure spaziali, tipo Capitan Harlock. Questo tizio con la cicatrice sull'occhio, la sua nave l'Arcadia (che sembrava una bara volante, ma una bara elegante) e il suo equipaggio di improbabili pirati spaziali. Harlock era il tipo di eroe che non diceva molte parole, ma quando le diceva, erano cariche di significato. Era il tipo di eroe che ti faceva venire voglia di indossare un cappello a tesa larga e parlare in modo enigmatico. Peccato che io non abbia una cicatrice sull'occhio, sarei stato perfetto!
E che dire di UFO Robot Goldrake, che è una cosa diversa da Goldrake, eh! O forse no? La memoria a volte gioca brutti scherzi. Diciamo che in quegli anni c'era una vera e propria invasione di robottoni. E ognuno cercava di superare l'altro in potenza, in numero di armi e in capacità di distruggere pianeti. Era un po' come una gara di "chi ha il robot più grosso e figo". E noi eravamo lì, con gli occhi incollati allo schermo, a fare il tifo per i nostri eroi metallici.

Poi c'erano i cartoni che ti facevano piangere. Oh sì, quelli. L'Uomo Tigre, per esempio. Nonostante fosse un lottatore mascherato con tecniche incredibili (il Tora Kiba, qualcuno se lo ricorda?), la sua storia era piuttosto malinconica. Ti faceva capire che anche gli eroi, sotto la maschera, avevano le loro battaglie interiori. E poi c'era Heidi. Ah, Heidi! La bambina con i capelli biondi che viveva tra le montagne svizzere. Ogni volta che vedevo Clara muoversi (o meglio, non muoversi) sulla sedia a rotelle, mi veniva un nodo alla gola. E quando Peter le rompeva la sedia? Ecco, in quel momento avrei voluto inviare un mio robot gigante a sistemare quel pestifero di Peter.
Ma facciamo un passo indietro e parliamo dei robot con le ali. C'era anche questo. Un robot che, invece di andare a piedi, volava. Una cosa rivoluzionaria, vero? Forse sto mescolando le idee, ma l'importante è che questi robot erano fantastici. Ci facevano sognare, ci facevano credere che il futuro fosse fatto di avventure epiche e di nemici da sconfiggere con un colpo ben assestato di raggio laser.
E le ragazze? Non dimentichiamoci delle ragazze! C'era Candy Candy, con i suoi capelli lunghissimi e la sua vita piena di guai. Lei era l'incarnazione della dolcezza e della resilienza. Ogni volta che succedeva qualcosa di brutto, pensavi: "Povera Candy, ma cosa le succede?". Era come una telenovela animata, ma con meno baci appassionati e più fazzoletti usati. E Lady Oscar? Lei sì che era una donna tosta! Che combatteva con la spada, comandava la guardia reale e si vestiva da uomo. Era l'eroina per eccellenza, quella che ti faceva venire voglia di provare a mettere i pantaloni a scuola anche se eri una bambina. Una vera icona di stile e di coraggio, con quel suo caschetto biondo perfetto anche dopo una battaglia furibonda.

Un altro aspetto fondamentale di questi cartoni erano le trasformazioni. I robot si trasformavano, i personaggi si trasformavano, a volte sembrava si trasformassero persino i loro calzini! Era un tripudio di luci, suoni e colori che ti lasciava a bocca aperta. E pensare che oggi i bambini giocano con gli smartphone, noi ci esercitavamo a fare le mosse dei robot con le mani.
E poi, il tocco di genio: le musiche. Non solo le sigle, ma le colonne sonore all'interno dei cartoni. Quelle musiche che accompagnavano i momenti drammatici, le battaglie furibonde o i momenti romantici (sì, c'erano anche quelli, tra un robot e l'altro). Erano così potenti che ti facevano sentire parte della storia, ti facevano battere il cuore più forte. Qualcuno ha mai provato a fare un karaoke delle colonne sonore di Mazinga? Non vi consiglio di provarci, potreste spaventare i vicini.

E i nemici? Ah, i nemici! Non erano solo dei brutti mostri. Erano personaggi con una loro logica, per quanto contorta. C'era chi voleva conquistare il mondo per vendetta, chi per potere, chi semplicemente perché era un po' matto. Erano così ben caratterizzati che a volte, in fondo al cuore, ti dispiaceva un po' quando venivano sconfitti. Erano la parte divertente del cartone, diciamocelo! Senza cattivi, chi vincerebbe? Sarebbe un po' come una partita a scacchi senza avversario.
Insomma, questi cartoni animati non erano solo intrattenimento. Erano una scuola di vita. Ci hanno insegnato il coraggio, l'amicizia, la perseveranza e l'importanza di combattere per ciò in cui si crede. Ci hanno fatto sognare mondi lontani, battaglie stellari e amori impossibili. E soprattutto, ci hanno regalato un'infanzia indimenticabile. Se qualcuno vi dice che i cartoni animati giapponesi degli anni '70 e '80 erano solo roba per bambini, ditemi dove si trova, così gli mando Goldrake a fargli cambiare idea. Oppure, semplicemente, invitatelo a guardare un episodio. Sono sicuro che cambierà idea.
Perché alla fine, cari miei, quello che ci rimane di quei cartoni non sono solo i robot giganti o le sigle urlate a squarciagola. È il ricordo di un tempo in cui la fantasia aveva il sopravvento sulla realtà, in cui si poteva essere eroi anche senza superpoteri, basta solo volerlo con tutto il cuore. E questa, secondo me, è una lezione che vale più di mille raggi spaziali. Alla prossima avventura, miei cari nerd nostalgici!