
Ah, ragazzi, parliamoci chiaro. Ci sono film che guardi una volta e dimentichi. Poi ci sono quelli che ti rimangono dentro, come un vecchio amico che sai sempre dove trovare. E poi ci sono i film di Bud Spencer e Terence Hill. Soprattutto, c'è quel film lì. Quello che tutti chiamano “Trinità”. Ma quello vero, quello che ha definito un'epoca, quello che ti fa venire la nostalgia anche se non c'eri. Sto parlando de Lo chiamavano Trinità... e del suo sequel, ...continuavano a chiamarlo Trinità.
Lo so, lo so. Magari c'è qualcuno là fuori che pensa: "Ma dai, sono film vecchi! Pieni di pugni e poco cervello". E capisco. Capisco chi ama la cinepresa d'autore, i dialoghi taglienti, le trame complicate. Capisco tutto. Ma la mia piccola, forse impopolare, opinione è che questi film siano dei capolavori. Non capolavori nel senso di Cannes, ma capolavori di pura gioia cinematografica.
Pensateci un attimo. Bud Spencer, con la sua mole imponente e il suo pugno che è più una scossa tellurica che un colpo. E Terence Hill, agile, con quel sorrisetto furbo e quella velocità nei movimenti che ti fa chiedere come faccia a stare in piedi. L'accoppiata perfetta. Come il caffè e la brioche, o come il sole e il mare in vacanza.
E in ...continuavano a chiamarlo Trinità, raggiungono l'apice. Si presentano come due pistoleri da strapazzo, uno pigro e uno un po' meno, ma entrambi con la stessa, innata abilità di mettersi nei guai e, soprattutto, di risolverli con una combinazione unica di botte, sguardi di finto stupore e battute che, dette da loro, acquistano un sapore speciale.
La storia? Ah, la storia è semplice, come un buon piatto di pasta. Due fratelli, un po' fannulloni, un po' furbi, si ritrovano coinvolti in una situazione che li costringe a fare i paladini dei deboli. E chi sono i deboli? Almeno stavolta non sono i soliti indiani, ma una pacifica comunità di mennoniti. Una cosa che, diciamocelo, è già di per sé buffa. Immaginate Bud Spencer che cerca di convincere dei contadini pacifisti a fare un po' di casino. O Terence Hill che cerca di insegnare loro l'arte del doppio gioco con il suo solito fare sornione.

Le botte, quelle vere!
E poi ci sono le botte. Oh, le botte! Non sono violente, non sono cruente. Sono... sonore. Fanno rumore. Ti immagini quasi il suono dei pugni che si schiantano contro guance e ventri. E soprattutto, sono sempre giustificate. Diciamo che i nostri eroi non iniziano mai le risse. Le subiscono. Le provocano, certo, ma sempre dopo aver subito un'ingiustizia bella e buona. E il bello è che le loro botte hanno sempre una logica interna, un ritmo tutto loro. Bud Spencer che fa quel movimento con la mano, come se stesse spazzando via una mosca, e il cattivo vola via. Terence Hill che schiva un pugno e poi, con una mossa rapidissima, sferra quello decisivo.
Ma non è solo questo. C'è un'energia pura in questi film. Un senso di avventura spensierata. Quel sapore di polvere, di sole cocente, di saloon e di avamposti sperduti. E poi le musiche! Ah, le musiche di Franco Micalizzi. Ti entrano nelle orecchie e ti fanno venire voglia di metterti un cappello da cowboy e cavalcare verso l'orizzonte. Quel tema iniziale, quello che ti fa subito capire che stai per entrare in un mondo diverso, un mondo dove i cattivi vengono sempre puniti e i buoni, beh, i buoni si prendono le loro rivincite.

E il dialogo? Sì, lo so, non sono Shakespeare. Ma sono perfetti per quello che sono. Battute semplici, dirette, che funzionano sempre. “Parli troppo, devi pagare.” Oppure, “A che punto siamo?” E il compagno che risponde con un calcione. Sembra banale, ma funziona. Perché non è solo quello che dicono, ma come lo dicono. Quella cadenza, quella complicità tra Bud e Terence che si percepisce in ogni battuta, anche nella più stupida.
A volte penso che il mondo moderno sia diventato troppo complicato. Troppo pieno di sfumature. E forse, quello che ci manca è un po' di quella semplicità. Quel diritto alla giustizia, magari un po' rudimentale, ma pur sempre giustizia. E un bel pugno ben assestato.
E poi, non dimentichiamoci dei cattivi. Sono sempre perfetti. Un po' caricaturali, certo, ma con quel ghigno malvagio che ti fa subito sperare che Bud e Terence li mettano al loro posto. Quell'orgoglio ferito, quella voglia di vendetta che li rende così... umani, nella loro malvagità.

Ma la cosa più bella, secondo me, è la loro amicizia. È un'amicizia fatta di prese in giro, di battibecchi continui, ma sotto sotto c'è un legame fortissimo. Si proteggono a vicenda, si aiutano sempre, anche se magari uno fa finta di niente. È un tipo di amicizia che si vede poco oggi, un'amicizia fatta di gesti più che di parole.
Quando guardo ...continuavano a chiamarlo Trinità, mi sento un po' come quando ero bambino. Torna quella sensazione di spensieratezza, di divertimento puro. Ti dimentichi dei problemi, delle preoccupazioni. Ti lasci trasportare da quella comicità fisica, da quella sana dose di avventura.
Quindi, sì, forse è un'opinione un po' fuori dal coro. Forse ci sono film più "importanti" o più "artistici". Ma per me, Bud Spencer e Terence Hill in quel film lì, in quella veste lì, hanno creato qualcosa di magico. Hanno creato un'icona. Hanno creato un pezzo di storia del cinema italiano che continua a farci sorridere, a farci battere il cuore, a farci sentire un po' più felici. E credo che questo, alla fine, sia più che sufficiente. Magari la prossima volta che vi sentite un po' giù, provate a rivederlo. Chi lo sa, potreste ritrovare un po' di quella vecchia, sana, felicità. Quella che si trova in un pugno ben piazzato e in un sorriso furbo. Trinità, amico mio, per sempre.